Il tasto m non serve a un cazzo

Mannaggia madonna, mettere M mi mette molta malinconia. Maledico ma moltiplico mio martirio martellando manufatti multivinilici, manipolando multibyte, mancando momenti meritato mortorio.

 

“Manca midollo”, “Molle”, muginano mentre mastico mou mio malgrado.

Manco manca money. Mica molta malattia. Ma mi metto male, mordo mani, ma mi mantengo. “Ma magari menti!”, Marco mi mormora. Mento muoversi, mani martoriarsi: mica matto, Marco.

Mutismo. “Metti, metti, mai messere miri massa mancante!” (Medioevo mancato, modernita’ mancante! Maniscalchi misero marmo malcelando malessere, mimando moltitudini).

Muover meningi? male! millantare misura, meglio.

Pongo

Ho unito parole, legandole assieme. Verbi e tutte quelle particelle di cui non
ho mai capito il nome. Come essere in un telegramma. Pregasi comunicarlo STOP.
Ho unito corpi, tra scatole e frenesie che si stava meglio quando si viveva con
poco, e si lavorava poco, e si voleva poco. E volevasi capirlo meno STOP.

STOP

Mai mai capirollo perché ho i graffi sopra al collo.

Perché non capire mi è sempre piaciuto un po’, perché mi fa chinare il capo. Mi vien da ridere quando mi spiegano cose che non capisco, mi sento coccolato
quando manco me le spiegano più.

Al gioco di non capire arrivo primo, e anche a quello di fare classifiche non
necessarie me la cavo bene. Osservazioni falsate, analisi con abbondanza di
pensiero laterale e un po’ di pigrizia mentale. Sono pronto per l’accademia.

Unire, strappare, intrecciare. Senza un ambizione finale. Da bambino giocavo col pongo, ma ero negato a fare le figure. Il mio gioco era unirlo, fare palle precise, dividerlo in N palle uguali, cose così. Niente forma.

Lessico applicato: la colla

Un dizionario urbano ma ragionato, con l’à plomb stradaiolo che ci contraddistingue:

  • fare la colla: sentire molto caldo, tanto da sudare in modo abbondante e fastidioso
  • appiccicarsi: litigare, urlare, fare scenate
  • essere appiccicosi: dicesi di coppia che passa troppo tempo troppo vicino, ma anche di individuo singolo con la tendenza a farlo. In tal caso perde la valenza di amorosità almeno apparente per rimanere solo quella di morbosità
  • incollarsi, proprio con la colla

Era un agosto. Non era stato un agosto molto caldo per la verità, ma quel giorno sì, faceva caldo. Decise che era un ottimo giorno per dimostrare che il caldo non lo rammolliva per nulla, era ancora pieno di energie da sfogare.

In effetti erano giorni che sfogava tantissime energie in molti progetti, in quei molti progetti che sono uno solo, ma tutti coltivati al computer. Ma insomma ora basta computer, ora è il momento di unire creatività, abilità manuali e quel po’ di spirito punk che massì che ci è rimasto, come no!

Tutte queste qualità da unire scarseggiavano nella stanza; abbondavano invece gli oggetti da saldare: maniglie alle loro viti spanate, prese elettriche sui loro cavi, bulloni vari della bicicletta, e infine il più sfizioso, il meno utile: un bel gommino da mettere sulla torcia della bici.

C’era stato, un tempo, un gommino su quella torcia, che gli permetteva di rimanere salda al manubrio, sfruttando l’elevato attrito gomma-metallo. La morbidezza della gomma lo rendeva silenzioso. Un gioiello della tecnica. Il destino crudele volle però privarmene, facendo volare la gomma chissà dove.

Madonna che noia sta parte. Vabbè è che mi si sono rotti dei guanti da cucina, cioè alcune dita si sono troncate di netto, non chiedetemi come. Allora ho preso le dita e le volevo mettere al posto del gommino, che tanto sempre gomma è. Mi sono super appiccicato con quella famosa colla che sin da bambino mi dicevano che ci dovevo stare attento che era pericolosa. Non riuscivo a staccare le dita, una roba tremenda.

È stata un estate con poca afa, ma per fare la colla sono un campione.

È stata anche un’estate senza alcuna appiccicosità coppiereccia, ma ci si può appiccicare lo stesso.

Perché noi precari, che giriamo il mondo e lo guardiamo da un doblò, sappiamo l’inglese, dove incollare si dice “to stick”, e stick è anche il bastone con cui farsi del male, il burro con cui consolarsi, la penna usb cui rendere grazie ogni mattina.

Camera senza vista

Tengo le distanze perche’ la vicinanza e’ responsabilita’: le invasioni di campo sono ammesse, ma ce le si accolla. E io non me le accollo: e’ una scientifica vigliaccheria (io la chiamo sottrazione dal coinvolgimento eccessivo ad una societa’ e ad una natura appiccicose): mutuo, lavoro, strutture, iniziativa: io non m’accollo ‘ste condanne a vita. E le relazioni sono forse l’unica rinuncia che mi pesa.
Dunque ecco perche’ non sto lavorando, non sto prendendo casa, non ho progetti politici vincolanti e non ho una relazione.

A volte mi dimentico le regole che mi do, e mi lascio convincere da altre storie. Mica sempre sbagliate eh. Ma poi non mi accollo niente, e le responsabilita’ chiedono il conto, e me pare de ave’ davanti Equitalia, invece e’ solo il mondo: e allora tempo corto, fiato corto, mese lungo, viaggi drammatici e persistenze effimere.
Di solido c’e’ lo stato del disco, di buono c’e’ il pasto, a rimanere ci sono io, che senno’ chi innaffia i prati de sta citta’ quando viene sera?

Io ai prati gli voglio bene, c’e’ posto per stare lontani.

Solo la nebbia

Si dice che la fame annebbi la vista. Non posso certo negare. Ma e’ vero anche il reciproco. A guardar male si cerca con piu’ affanno. E io cosi’ mi blocco come quando metti a fuoco una cosa, ti incanti, poi quella cosa se ne va, e sguardo perso nel vuoto. L’insieme sfugge.

La fase2 e’ l’alternare convinzione di aver trovato a smarrimento, la ricerca ad un riposo accidioso. La fame ti ritma male e non ti lascia spazio per la strategia.

E’ solo tattica, e’ solo tecnica. E’ solo corpo?

Esaminando

E’ bello che si usa la stessa parole per due cose apparentemente diverse, ma solo apparentemente.

Esame.

Che poi e’ una bella parola. Suona meglio di test, anche se lo so che e’ solo una traduzione e la sfumatura un po’ rimane.

Comunque, la storia e’ che il potere ci controllano!!!1! Ma siamo pure un po’ noi che ci controlliamo tanto, e allora alle domande quasi non fai piu’ caso: rispondi in automatico, come in rosticceria “mangia subito?” “si grazie”  “codice fiscale?” “jnhknn12a54bt384f” “grazie e arrivederci” “‘derci”.

Almeno quando sai le risposte. A volte invece le risposte non le vuoi dare, perche’ non sai il senso della domanda. A volte ci pensi troppo, e le persone quasi si pentono di averla fatta; non la so, mi butto, scelgo quella di riserva. A volte vorresti addirittura contestare che il senso delle domande che ti fanno e’ gia’ organicamente una risposta. Che insomma quelle domande per sondare il mondo non stanno sondando proprio niente, stanno guardando una certa angolazione per dedurne chissaccosa. E dovresti dirle che il sondaggio va rifatto, cinqueannibuttati in un dipartimento che andava fatto saltare in aria, non foss altro che perche’ ospita la questura. Ma poi, appunto, gli spiegheresti che non e’ colpa sua, o meglio che non e’ una sua carenza, e’ che e’ proprio cosi’: sbagliata.

Insomma, il punto e’ che a volte uno pensa di dover fare un esame, e trova tutt altro. O trova un nuovo esame da farsi. E ti rimane sta domanda piantata, peggio di un pezzo di ferro in un gomito.

Il mio bacio perugina, oggi, diceva “Dimostri chi sei dagli amici che hai”. Non ho idea di cosa significhi, credo niente. Pero’ sono contento che non menzionasse uccelli, rosa, bellezza, rose, eternita’, rosae, rosam, rosa, rosa.

Si, me l’ha comprato lamamma.

Sogni e segni

A Maggio sono andato al roseto. A me piace il roseto comunale, nonostante i bimbi, le signore, la gente che fa le foto brutte. Mi piace tanto che ci andrei sempre, ma non è mica sempre aperto, perché le rose sono capricciose e, anche se con una certa regolarità, vengono quando je pare.

E insomma io le stavo a guardà, le rose; che poi non è che mi piacciano tanto, le rose, o il profumo delle rose, o chissaccosa delle rose. A me piace proprio stare lì, che è sempre bello pure quando è nuvolo. Insomma vado a guardare sta rosa, e mi ci cade una roba tra i rovi. In quel clima di bellezza e felicità anche il “diocane” pronunciato (per istinto più che per disperazione) aveva comunque tutta una sua giocondità. E vado per tuffarmi in mezzo a ‘sti rovi, e poi arriva uno che mi dice che non je devo rovinà la rosa, che gli spezzo la rosa, gli sporco la rosa, gli graffio la rosa, e il roseto è pure tuo e rispettalo, e di qua e di là. Io tutto sommato a quel discorso ci sto, e allora presto attenzione nel mio lanciarmi tra i rovi, però gli avrei voluto dire che la mia faccia magari non profuma tanto, ma una dignità ce l’ha uguale, e tu puoi pure chiamarlo “roseto” ma c’ha comunque le spine e fa male.

Vabbé poi l’ho presa quella cosa, solo che mi sono tutto graffiato e c’ho tutti segni. Il giardiniere, col suo guardarmi stortostorto, penso volesse dirmi “emmenomale che ci dovevi stà attento”. Ma c’era il sole, c’era il roseto e c’erano le maestre, sempre un palmo più antipatiche delle loro scolaresche, e non mi fregava niente dei graffi. Che tanto non hanno rovinato niente.
Comunque sia, vado a casa, convinto che la giornata sia stata rovinata. E quando salgo sulla metro e stringo il tubo a cui sorreggersi, l’ultima spina mi si infila nella mano.

La sera, quando mi sdraio sul letto, i graffi sulla schiena mi fanno male e mi ricordano la loro esistenza, e non è tanto male. Quando prendo il tram, altri graffi si riaffacciano. E mi fanno sorridere meno.

Il futuro e’ un tratturo

Riporto qui il primo mostro che abbia scritto, ma che poi non ho mai pubblicato chissa’ perche’.

Oggi sistemo l’agenda, stava finendo il diario. La mia maniacalita’ mi costringe ad avere un’agenda modulare, cosi’ da poter spostare fogli, archiviare, organizzare.

Insomma, io li’ a mettere le date su pacchi di fogli “weekly” cioe’ 7 giorni su un lato, foglio bianco sull’altro. Ne vado fiero. E poi ad aprile 2013 li finisco. Diamine, devo ricomprarli SUBITO. Ma il negozio e’ lontano e i fogli monthly vicini.

Cosi’ decido: fino a una certa weekly, poi, per il futuro, ci sono i monthly.

Bravo Ingegner Ska, un altro colpo ben fatto.

Si, OK, ma quando e’ che il presente finisce e il futuro inizia? Com’e’ che si granulano le date?

E poi, che ridere scrivere “futuro” sulla linguetta. Pensavo solo i ragionieri avessero ‘ste certezze.

Quanti monthly metto? Quale parte di diario archivio?

Storicizzo tutto, e amo archiviare cercando di individuare linee di frattura. Un delirio.

 

Dicevo cosi’, ed era il 17 agosto.

Ora apro l’agenda e mi rendo conto che poi io il futuro l’ho fissato, ed e’ tra un mese. Forse anche meno.

E’ come quando hai il gusto del filo del rasoio, del perdere il controllo ma non troppo; poi arriva una schicchera, una sola, come la leggenda del bullone sulla pista di decollo, per provare a far scivolare tutto.

E ne esce un miscuglio che mi ricorda la segatura che asciuga a terra, e tutto e’ impregnato, e il bello sfuma nel consolare il brutto e viceversa, come pisciare nel mare.

Le nuove scadenze chissa’ quali sono: tutto mi pare adesso e tutto lontanissimo. Il futuro e’ dopo la curva.

kiss

Un aneddoto estivo si trasforma in tormentone, se ne riesce fuori in tutta la sua fastidiosa attualità.

Uomini? Donne? Sesso? Come siete complicat.

Mantenere i giochi semplici, semplici come sono ora, in cui tutto è chiaro senza un intervento normativo. Ma anche bello, per la sua limpidezza, per come ci si muove semplicemente, per come si fanno piani con chiunque. Soprattutto, lasciare che siano giochi.

Keep It Simple, Stupid

Occam non mi vuole bene, e io per lui provo un amore/odio. Mi piace fare le cose semplici, ma alla fine le sovraccarico di significato e di struttura. Di fighettate scintillanti e di attenzione non richiesta. E poi il rasoio negli ultimi 3 anni l’ho usato una sola volta e me ne sono pure vergognato.

KISS

Non ci riesco mai

Entomologia del quasi quotidiano

L’operazione si interrompe. Il risultato è a metà, e non ci saranno altri
dettagli. Riproviamoci. Continua a non andare. Ma in modo diverso.
Il difetto è mutevole, viscido in modo perverso.
Guardiamo meglio i dettagli.

È un banale segmentation fault. Si guarisce in fretta. Ma ora vogliamo di più.

Gare e condizioni di gara; macchine che scrivono l’una sulla memoria dell’altra, contaminandosi forse, rompendosi prima o poi, ma nel modo migliore. Col brivido del guasto ogni secondo finché qualcosa non si rompe, finché la memoria non si riempie, finché non fonde, finché la pista non si satura di altre macchine.

Bombe riproduttive. Lo sapevo io che c’era qualcosa che non andava in questi umani dentro altre umane, in questo duplicarsi come i batteri di “Esplorando il
corpo umano”.

Porzioni di memoria buttate in un angolo, abbandonate, sulle spalle di tutti
senza la ricchezza che potrebbero regalare. Ingranaggi collettivi spaccati. free(*).

Il gioco va avanti frenetico, ma dopo attimi inebrianti scopri che non tutto va così: ulimit primo nemico. Serve una strategia anche per la libertà, pare. Maybe next time.

(ispirato senza molta fantasia a Crash)

(http://youtu.be/F50slgYNzfw)